L’acqua è il tema dell’VIII edizione dello Sponz Fest

Dalla valle dell’Ofanto alla foce del Sele

Sponz acQuà!

L’Irpinia è il giacimento delle acque che vanno a dissetare il sud. Da lì nasce l’acquedotto del Sele. Ma molte sono le fonti, le acque che disegnano il territorio, le fontane, le pile abbeveratoio di acqua pubblica, luoghi di incontro che restano a segnare le vie abbandonate del territorio come una radiografia di un mondo scomparso.  E poi i fiumi. Poniamo l’attenzione sui luoghi toccati dal corso di due fiumi che hanno segnato la storia del territorio: l’Ofanto, l’Aufidus, il fiume che si incorna nei gorghi, impetuoso. Serpente tauriforme, che si insinua a volute, e gonfia e minaccia orrenda alluvione nei campi, come lo canta Orazio in una celebre ode, paragonandolo al dilagare delle truppe di Cesare nella Germania. E il Sele, il fiume che attraversa le terre del terremoto che quest’anno compie 40 anni (non senza avere dissetato tutta la Puglia.)

Il tema dell’ottava edizione del festival è l’acqua: Sponz acQuà!

Parlare di acqua è parlare di ambiente. È parlare di plastica, di cambiamento climatico, di bene pubblico, di dissesto idrogeologico. È parlare di ponti, di guerra e di storia, geografia e scienze.

È giocare con la pozzanghera, è indagare il fantastico, nelle creature mitiche che l’acqua nasconde, dal leviatano al drago. È parlare dell’anima dei fiumi, degli animali da cui prendono l’anima, come l’Aufidus tauriforme, l’Ofanto cantato da Orazio nelle odi, come  lo Scamandro che si adira con Achille per l’orrenda strage che gli ha arrossato di sangue umano le acque. Le acque che penetrano il cuore di tenebra dell’interno della terra. Parlare di acqua è parlare di mito e letteratura. È parlare di inconscio collettivo.

Proprio ora che si profetizza la sesta estinzione di massa, mentre l’acqua sale per effetto del discioglimento dei ghiacci, gridare la chiamata per allestire l’arca e mettere in  salvo il nostro mondo, uomini bestie, clandestini e poveri cristi. Da sette anni Sponz Fest cerca di essere una piccola zattera di salvataggio nel selvaggio, in una realtà sempre più astringente e claustrofobica, una zattera di fisicità e natura nel mare magnum dell’individualismo collettivo delegato alla rete. Sponzare è allargare la forma e perderla.

Sponz viene dall’espressione paesana sponzare, che  significa ammollamento e perdita della rigidità. Si sponza nell’acqua, come il baccalà. E nell’acqua si spurga, ci si purifica e monda. Si nasce a nuova vita. Pertanto questo è un invito a sponzà quà! Qua, nei luoghi del vuoto delle aree interne. Tra le nuvole in viaggio, dove l’ultra locale diventa universale. E il particolare comprende ognuno. Ammollare per purificare, imbevuti di incontro e conoscenza e poi sponzare nel movimento, nella rotazione collettiva che porta alla estasi, all’uscita dal recinto di se stessi. A sponzare, nel compiuto senso etimologico.

Acqua è materia di rabdomanti e sciamani… si cerca con il bastone a due punte, l’energia, l’acqua, i metalli preziosi. Noi siamo rabdomanti morsi dall’inquietudine alla ricerca dell’anima del mondo. Eseguiamo piccoli carotaggi di musica e arte varia per perforare la crosta dura del vivere associato, per perforare il compatto tempo dell’Utile e attingere al giacimento della ri-creazione del mondo. Ci sono amiche le acque, il firmamento, il manto della terra, i paesi e la storia. Il vuoto che amplia l’orizzonte. Sponz non è merce o marchio, è esperienza.

Un contadino dopo che il Patraterno (la grandine) gli aveva distrutto la vigna, disse : Auann tand chi sap bona l’acqua! (quest’anno che buon sapore ha l’acqua)

C’è tutto lo spirito millenario contadino del sapersi adattare ai rovesci dell’esistenza in questa frase, quanto mai attuale, perfetta per definire l’intento di questa esperienza. “ È arrivata una grandine che ha distrutto il campo, tutto quello che avevamo coltivato, la grannanata della paura, della chiusura, della disumanizzazione. Una grannanata che sta distruggendo la vigna del buon vivere, allora ci faremo piacere l’acqua, sor’aqua,  come è cantata nel cantico delle creature, la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta.

Parafrasando Almamegretta, “sponza a qua qua , ca llà nun ci po stà !

 

Vinicio Capossela

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